SI SCRIVE INGLESE SI LEGGE TRANELLO

SI SCRIVE INGLESE SI LEGGE TRANELLO

Diciamolo subito a scanso di equivoci: la FLAEI non vive di provincialismi, non ne fa un discorso politico ed ha consapevolezza che un mondo globalizzato, ineluttabilmente, si contamina dentro processi di omologazione continui nei costumi, nei linguaggi, negli usi tecnologici, nelle condizioni di vita.
In questo quadro, e avendo ben presente il profondo influsso e gli intensi significati ed effetti consci ed inconsci di tutti i linguaggi, non ci uniamo al coro acritico e superficiale che inneggia e sostiene lo smisurato utilizzo di parole della lingua inglese, e particolarmente delle gergalità economiche, aziendali e lavoriste angloamericane: e ciò per due profonde ragioni di vita e di concezione sociale: la prima è che non possiamo dimenticare di essere il Paese di Dante e di Francesco dAssisi, di Michelangelo e di Leonardo, della più potente letteratura mondiale e della più elaborata civiltà, che unifica contestualmente nella nostra vita quotidiana la pizza e il Colosseo, i borghi medioevali e il primato della scienza prima e dopo Galileo, e tantissimi altri contenuti valoriali in ogni campo, comprese la nascita delle banche di credito e della impresa partecipativa; il tutto cullato nellalveo di una lingua, bellissima amata e studiata in tutto il mondo, risorsa culturale che meriterebbe davvero maggiore consapevolezza e valorizzazione da parte di tutti gli italiani. La seconda ragione è ancora più fortemente legata al nostro ruolo e alla nostra missione di uomini del lavoro, del sindacalismo e dellazione sociale: ed è limportanza dei linguaggi proprio per la costruzione dei modelli sociali, economici, dimpresa, di lavoro, di solidarietà e di giustizia sociale. Ricordiamolo sempre: dietro una lingua si muovono modelli mentali, e dietro questi si muovono modelli culturali, e questi fanno la società.
Nei circa 200 paesi che attualmente annovera il nostro pianeta, si parlano circa 7.000 lingue differenti, con grandi e spesso sconosciute ricchezze semantiche, culturali, morali. Tutte le lingue devono perciò vivere e tutte naturalmente si contaminano reciprocamente, e questo è un beneficio e un arricchimento per tutti. Ma& quando si tratta di contaminazione benefica e quando invece di contaminazione velenosa e disvaloriale? Nei vocabolari italiani sono ormai migliaia gli anglicismi che già fanno parte ordinaria una della nostra lingua parlata, ed è ben significativo che da tempo si sia aperto un dibattito sui contenuti, sulla direzione e sulle intenzionalità di un orientamento diventato in alcuni ambiti una passiva e non innocua anglomania. Tanto da indurre in alcuni ambiti più consapevoli del Paese liniziativa di una proposta di legge e di altri interventi per assicurare il pieno dominio della nostra lingua nazionale, quantomeno, nella comunicazione pubblica (Ospedali, Ministeri, Politica, Media, Banche, Palestre, Servizi Pubblici&.).
Lenciclopedia Treccani definisce questo tsunami anglicus un orda selvaggia e inarrestabile che attenta allidentità della lingua italiana: ma le nostre preoccupazioni di sindacalisti e uomini del lavoro vanno al di là e sono molto più specifiche.
La lingua, dicevamo, trascina modelli mentali, e questi trascinano modelli culturali, e questi trascinano tutto: politica ed economia sopra ogni altra cosa.
Avete mai letto un documento di riorganizzazione delle aziende del nostro settore? Cosa ne avete capito dopo tanto inglesorum? Gli scaltri del potere ne hanno certo capito tutto: sono gli schemi concettuali che rendono accettata passivamente come droga addirittura gradevole una concezione della vita dimpresa e di business, come dicono loro, lontana ed estranea dalla idea di comunità di lavoro e di destino solidale che noi abbiamo da sempre circa limpresa e la società. Limpresa non è semplicemente business e le persone che lavorano non sono semplicemente puntini asettici delle financing policies.
La nostra non è banale insofferenza, ne parliamo invece perché riteniamo che gli abusi a cui si assiste in materia vadano contro gli interessi delle Aziende, dei Lavoratori, dei Cittadini e del Paese: che tali eccessi servano, in primo luogo, ai managers di turno per darsi un appariscente prestigio professionale dietro la frequente insufficienza culturale, per edulcorare la pillola di assetti organizzativi e strategici finalizzati al profitto di pochi invece che al benessere di molti, per evitare scalpore a tagli di spesa sulla qualità del servizio riuscendo a farli passare come esigenze tecniche del budgeting.
Restituiamo ai nostri linguaggi bellezza estetica, sincerità etica, efficienza sociale, razionalità economica: tutte e quattro le caratteristiche si chiamano semplicemente umanesimo della economia e del lavoro. Un documento di riassetto organizzativo quandè che viene generato? Con quali finalità?
Logicamente quando le cose non vanno, o sono superate, o insidiate dalla concorrenza, e si prospetta un diverso modo di strutturarsi e di funzionare. Ora, un documento scritto in inglese facilita la comprensione dei cambiamenti, dei comportamenti della struttura, dei lavoratori e della clientela? O nasconde qualcosa che non viene detto perché non si vuole dire o addirittura non si è capaci di dominare? Che bisogno cè dunque di ricorrere al linguaggio anglofonico? A noi pare unimmensa ammissione di inferiorità culturale e di insicurezza, ma a volte anche di convenienza, un tentativo di far apparire importante e incensurabile ogni proposta anche quando in realtà si tratta di banalità stereotipata e di modelli consunti, provenienti dalle medesime scuole di pensiero, ormai obsolete o addirittura mercificate, dirette a coprire indebolimenti di strutture e funzioni che dovrebbero garantire il servizio pubblico e sociale al Paese. Siamo in realtà davanti a una povertà culturale ed etica, che diventa politica, ed ha leffetto di allontanare e avvilire chi invece chiede e ha diritto di partecipare misurandosi sulla realtà aziendale totale e non sugli interessi elitari di una parte.
Stiamo esagerando? Ma insomma i documenti non dovrebbero svolgere il compito di spiegare e far capire!? La FLAEI crede e rivendica la partecipazione, ma la partecipazione ha un unico combustibile che la muove:
conoscere/capire/condividere linguaggi! Capire perché lesistente vada eventualmente cambiato, ma anche come e con quali effetti questo debba essere fatto su strutture, funzioni e profili: il tutto per fare bene e sempre meglio; senza dimenticare che i lavoratori ben conoscono e vivono i processi aziendali, sono in grado di acquisire i cambiamenti e anzi di essere protagonisti del loro buon esito quando sono onesti e chiari. La lingua è, anche in questo, strumento di comunità, chiarezza e condivisione e a nessuno è lecito cambiarne i connotati o sostituirla per leggerezza o per interesse. Parlare la sana, completa e bella lingua italiana significa tornare a vivere e gestire sane, complete e belle aziende capaci di occuparsi del bene comune e di farlo con trasparenza.

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